Trentenni stufi del mondo

Il Sole 24 Ore, 21 agosto 2016

di Roberto Carnero

Nel Decameron di Giovanni Boccaccio un’«onesta» e «lieta» brigata di sette ragazze e tre ragazzi abbandona Firenze devastata dalla peste per rifugiarsi nel contado, in una villa di campagna in cui sfuggire al terribile contagio e al rischio di morte. Si tratta però anche della volontà e del tentativo di ricostituire un mondo basato su quei valori civili e morali che l’eccezionalità dell’epidemia aveva compromesso.

 

Chissà se Alessandro Fusacchia ha avuto presente, direttamente o indirettamente, questo nobile antecedente letterario. Perché il suo romanzo, I solitari, mette in scena un gruppo di sei amici trentenni che decidono di prendersi una pausa dalla vita consueta. Massimo ha trovato il posto, ed è un luogo isolato, un borgo remoto nel quale essi avranno modo di interagire con gli anziani rimasti lì, con gli immigrati che svolgono i mestieri che gli italiani rifiutano, con Serena, Petra e addirittura con un elefante, che in una sorta di prologo al romanzo vero e proprio troviamo fortemente incuriosito dal gioco delle bocce.

Anche questi giovani personaggi, come i protagonisti del capolavoro boccacciano, provano a lasciarsi alle spalle le brutture della vita quotidiana e di una società in cui i rapporti economici e produttivi ma anche quelli personali e sentimentali appaiono segnati da una profondissima crisi: che sia l’esperienza del malaffare e dell’illegalità, la routine di una condizione professionale scelta ma ora forse più che altro subita, l’abbandono da parte della moglie che ha iniziato una nuova relazione con un altro uomo, l’impossibilità di essere padre perché la compagna ha deciso di abortire, un lavoro di successo che però rischia di sottrarre la ricchezza più grande, vale a dire il tempo...

Sono diverse le ragioni di Massimo, Giuseppe, Simone, Luigi, Lorenzo, Alessio detto Obelix per i suoi centoventi chili di stazza, ma tutti decidono che vale la pena mettere in atto - finalmente - un progetto a lungo rimandato.

Leggendo su un giornale l’intervista a uno scrittore americano di grido in cui si parla del cambiamento, Simone pensa che «per quasi tutti cambiare fosse il modo per cercare progressivamente se stessi, fino a diventare qualcuno. Men- tre per altri come lui cambiare era il tentativo di allontanarsi da sé, da ciò che uno era sempre stato, da ciò che uno aveva da sempre saputo». È possibile cambiare davvero? Ma che cosa significa cambiare? In che modo il cambiamento di una persona influisce sulla vita di quelli che lo circondano? E, ancora, è possibile cambiare in maniera autentica rescindendo le nostre radici?

L’autore - già collaboratore di Emma Bonino e prima di Corrado Passera, attualmente capo di gabinetto del ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini - affronta nel suo libro questi e altri temi. Lo fa però in maniera implicita, non svolgendo un romanzo a tesi, bensì abbandonandosi al piacere della narrazione. Il libro, infatti, è fitto di eventi e di vicende abilmente intrecciate tra loro, e - soprattutto - capaci di avvincere chi legge al gusto di un racconto affabilmente condotto.