Alessandro Avataneo

 (Torino 1977) Autore, produttore, e regista cinematografico e teatrale. Dopo un master in Storytelling, Performing Arts e Digital Entertainment, ha lavorato in molti Paesi tra Europa, Stati Uniti e Giappone realizzando film, documentari, musical, format televisivi, videoclip, installazioni artistiche e di realtà virtuale. Ha pubblicato il romanzo Una storia delle colline nel 2009 e il primo Atlante del Vino Italiano nel 2015, scritto insieme a Vittorio Manganelli. Consulente dei governi italiano e olandese su progetti di tutela del patrimonio materiale e immateriale, ha curato negli anni numerosi eventi all’interno di siti UNESCO, gli allestimenti della Biennale di Architettura 2010 in Olanda e il dossier per la candidatura di Maastricht a Capitale europea della Cultura nel 2018. Insegna cinema e storytelling alla Scuola Holden di Torino ed è coordinatore regionale di Movimenta per il Piemonte.

Qualcosa di particolarmente emozionante a cui stai lavorando adesso?

Il prossimo appuntamento, molto emozionante per me, sarà il 30 ottobre, quando riuscirò a realizzare un sogno che coltivavo da tempo: portare Paolo Conte alla Scuola Holden per una masterlcass con i nostri studenti sul rapporto tra musica e poesia. Il Nobel a Bob Dylan mi aveva già instillato il dubbio: i testi delle canzoni si possono considerare letteratura? Poi, qualche giorno fa, proprio alla Holden è venuta a trovarci Zadie Smith, la scrittrice più famosa della nostra generazione. Raccontando di un suo saggio su Jay-Z, il rapper di Brooklyn, produttore discografico e incidentalmente marito di Beyoncé, ha detto una cosa inequivocabile e definitiva sulla faccenda: “giratela come volete, ma non saprei come definire uno che si guadagna da vivere – 900 milioni di dollari! – scrivendo dei versi che non sono prosa, se non come un poeta.” Se avevamo ancora dei dubbi, adesso li abbiamo sciolti. Ora, gli scrittori italiani attivi nella seconda metà del Novecento che hanno lavorato di più sul linguaggio, distillando nuove forme che non esistevano prima, si contano sulle dita di una mano, e tra questi c’è Paolo Conte, che ha spinto la poesia verso nuovi territori in un crescendo continuo che dura da cinquant’anni. Mi troverò di fronte a un artista di livello mondiale, in grado di lavorare al di là del tempo e delle mode. Per il resto, sto scrivendo un libro intitolato Esperienza cinematografica che mette insieme tutte le cose che ho capito in questi vent’anni su come funzioniamo noi umani in quanto “creature narranti”. L’essere umano è l’unico animale che impara e si evolve attraverso le narrazioni che si depositano nella memoria, e tra le varie forme narrative quella più potente, immersiva e completa è il Cinema. Esistono forme espressive più potenti del cinema ma limitate a un solo senso, come la musica o la letteratura, e altre forme “multisensoriali” più immersive del cinema, come il videogame o la cucina, ma il Cinema è al momento la più completa e accessibile forma d’arte di massa. Questo primato durerà ancora qualche anno, credo, al massimo venti o trent’anni. La storia del Cinema così come lo conosciamo finirà in questo secolo, e poi il Cinema diventerà un oggetto di culto, come l’Opera o il Teatro, perché anche se le serie TV stanno mettendo a dura prova il cinema, la forma d’arte e di intrattenimento che sostituirà il cinema sarà il Videogame, che in un futuro non troppo lontano risulterà indistinguibile dalla realtà. Sarà come vivere dentro un film perpetuo, in cui il protagonista sei tu, libero di andare ovunque, essere chiunque e vivere avventure di qualsiasi genere. Questo cambiamento riflette il nostro passaggio epocale da società di massa, in cui il cinema era l’esperienza collettiva più popolare, a individualismo di massa – fruitori di serie TV e videogame dal divano del salotto. C’è però in tutta questa trasformazione un aspetto che mi intriga particolarmente: le regole di ingaggio dello spettatore non cambiano; e in questo libro indago come i grandi registi del passato hanno inventato tecniche per manipolare le nostre emozioni in maniera invisibile, così da farci provare un viaggio emotivo nei modi e nei tempi che decidevano loro – che fossimo eschimesi o sudafricani cambiava poco. Le tecniche del cinema sono state copiate da tutte le altre forme di narrazione, compresa la letteratura, e oggi valutiamo libri e videogiochi anche sulla base della loro qualità cinematografica, vale a dire della loro capacità di generare immagini e ritmo nella nostra testa. Il tema più urgente, però, per tornare al cuore della domanda che è l’emozione, è proprio la manipolazione delle emozioni, e di conseguenza delle idee di massa, in un mondo come quello di oggi in cui – esattamente come nelle altre epoche – le percezioni contano più delle verità oggettive, dei fatti, e soprattutto ne determinano la realtà. Chi pensa che sia questa l’epoca della post-verità si è già dimenticato che le peggiori tragedie del ’900 sono scaturite da un meccanismo analogo. Nazismo, fascismo, comunismo, razzismo, nazionalismi e fondamentalismi vari sono sistemi di idee astratte che hanno alterato la percezione della realtà e hanno prodotto le più grandi tragedie nella storia dell’umanità. Mi verrebbe piuttosto da dire che noi siamo – al limite – nell’epoca della pre-verità, perché ci stiamo avvicinando al giorno in cui la verità dei fatti – quella basata su dati empirici incontrovertibili – sarà accessibile a tutti, e lo storytelling servirà non per distorcere, ma per veicolare una percezione della realtà che sarà progressivamente sempre più vicina alla verità. La civiltà digitale ha reso possibile questo scenario, ma ci serve tempo, perché dobbiamo ancora imparare a navigare e orientarci in questo oceano sconfinato. La nostra frequentazione quotidiana dell’online non si traduce automaticamente in una liberazione da superstizioni e indottrinamenti. Il libro che sto scrivendo vuole aiutare ad orientarsi con maggior consapevolezza nel caos mediatico quotidiano partendo dall’assunto che studiare il cinema sia un mezzo potentissimo per capire come funzioniamo noi umani. Non riesco a immaginare una cosa più utile e urgente da fare in questo momento storico, a parte piantare alberi, usare di più la bici, rinunciare alla plastica.

 

L’esperienza più interessante che hai fatto negli ultimi anni?

Più interessante ma anche più forte, più importante, più dolorosa e certamente irripetibile. Ho dedicato otto ostinati anni a produrre e realizzare Il Grande Oz, il mio film sul tema della disabilità e della malattia infantile. A trent’anni avevo finito il mio primo lungometraggio e mi sentivo pronto per un nuovo progetto. Se il mio primo film indagava il tema della morte violenta e delle conseguenze per chi rimane quando una persona ci lascia, mi restava una domanda ancora più vasta che potremmo farci tutti ma che nessuno di noi in realtà si fa davvero mai: che cos’è la vita? Ho pensato che per trovare una risposta avrei dovuto cercare in luoghi che non avevo mai esplorato, negli angoli oscuri della mia anima, dove nascondo le cose che mi fanno più paura, ed è stato lì che ho trovato la malattia e la disabilità. Così mi sono messo a cercare un posto a Torino – che anche su questo è una città all’avanguardia, da secoli, perché è la città dei santi sociali – dove la malattia e la disabilità vengono affrontate tutti i giorni, senza la solita retorica strappalacrime a cui siamo abituati, che fa leva sul senso di colpa, sul patetismo, sul “potrebbe capitare a te” e cose simili. Ed è così che ho trovato CasaOz, una onlus molto particolare. Arrivare a CasaOz e vedere l’ingranaggio, l’idea di mondo che hanno saputo costruire, per cui la malattia non solo viene affrontata, ma viene sdrammatizzata a tal punto che entra a far parte della vita quotidiana, mi ha sconvolto. Lì non ci si pone il problema delle persone normali che pensano se attivarsi o meno per donare qualche euro o parte del loro tempo alla causa dei bambini malati. In quella casa si vive normalmente tutti insieme, si partecipa prima di tutto con l’ascolto e poi con un aiuto pratico, anche piccolo: se sei stanco riposati, fatti una doccia, lava la tua roba, fermati qui e raccontaci qualcosa, porta tuo figlio a studiare qui, a giocare, a fare merenda, musica, pittura, teatro. Anche della cosa peggiore che ti può capitare nella vita – come perdere un figlio – con loro si può parlare apertamente, essere ascoltati e capiti. Una rivoluzione enorme. Un modello non solo di servizio sociale ma di società, che andrebbe copiato e replicato in ogni città. All’inizio del film i miei cinque protagonisti sono bambini. Alla fine sono ragazzi, anzi adulti, tutti maggiorenni. Eppure, a guardarli, ti sembrano ancora bambini. Si crea questa strana sensazione stando con loro – come essere in presenza di qualcosa di solenne ma estremamente fragile, antico. Qualcosa che non appartiene nemmeno al regno animale, talmente misterioso da ricordare un albero, o una montagna. È la sofferenza che trasforma questi ragazzini in esseri soprannaturali ai miei occhi? Con il tempo imparo a dialogare con loro. Su cinque, solo uno parla come noi. Significa che ho dovuto imparare quattro lingue straniere, interpretare segni non verbali, perché ad esempio uno di loro non parlava affatto e la protagonista, Micol, sbatteva solo le palpebre, per dire di sì o di no. Volevo che tutti potessero vedere almeno una volta il mondo come lo vede lei, o come lo vede Andrei, un ragazzino venuto a curarsi a Torino e la cui infanzia, trascorsa interamente in ospedale a lottare contro una malattia gravissima, somiglia a un dispaccio di guerra. Ragazzini di dieci, dodici anni che muoiono nel letto vicino al tuo. A noi tutto questo sembra inaccettabile. La morte non può dimorare nel regno dell’infanzia e così preferiamo non pensarci. E invece quando questo accade sono loro, i bambini malati, a consolare noi. Sono loro i primi a infondere forza in chi li vede spezzarsi, e la vita franare tutto intorno. Questi ragazzini sono diventati i miei eroi. Ti rendi conto che loro hanno imparato cos’è la vita molto più di noi. Sono sempre stato insofferente verso quelli che ti vogliono insegnare a vivere; verso tutta questa gente molto brava a cianciare e pessima nel dare l’esempio. Un mondo in cui bambini come questi, che ci riavvicinerebbero subito alla realtà della vita, vengono dimenticati, messi da parte. Nessuno racconta le loro storie. Fare questo film ha stravolto le mie convinzioni. 

 

Una lezione che hai imparato e che racconteresti ad una platea di studenti?

La lezione più grande che ho imparato e che la vita non è giusta. Sembra banale, ma di fatto noi viviamo un grosso equivoco per quanto riguarda ciò che pensiamo di sapere sulla vita. Che intendo? Ognuno di noi – bene o male – ma soprattutto chi ha studiato o girato il mondo, presume di saperla più lunga degli altri, di essere depositario di una qualche forma di conoscenza profonda e tende a giudicare le cose dal proprio punto di vista, senza mettersi nei panni degli altri. Succede pure a me. Ma la verità è che nessuno ci capisce un accidenti di niente, al di fuori del pezzetto su cui si è concentrato e su cui ha edificato il proprio piedistallo. Hai mai trovato qualcuno che abbia ammesso “sì, devo confessare, non ci ho capito nulla, sono un cretino”? No. Perché la verità fa male. Ed ecco la tipica frase di chi non analizza in maniera lucida i propri fallimenti: “non ho rimpianti, anche dagli errori ho imparato tanto…”, quando in realtà molti di questi errori erano magari evitabili. Allora qual è la reazione? Chiudersi in un microcosmo di abitudini dove fare finta di saperla lunga e sembrare felici, amplificando eventualmente la propria vanità sui social, che servono a illudersi di avere un pubblico o che della nostra vita gliene freghi qualche cosa a qualcuno. Allora io a questo problema della percezione della realtà e dei mondi artificiali che fabbrichiamo nella nostra testa per sopportare il fatto che – in fondo – noi lo sappiamo benissimo che la vita è ingiusta, ho dedicato gran parte del mio tempo e mi sono reso conto che i tipi di persone che si avvicinano di più alla verità della vita sono solo due: gli artisti, e quelli che soffrono. Non tutti. Conosco artisti che sono dei perfetti imbecilli e persone che non hanno imparato nulla dalla sofferenza. Ma sono due esperienze, l’arte e la sofferenza, che ti avvicinano di più alla comprensione della vita umana, come la fisica e la biologia ti avvicinano di più alla comprensione dell’universo materiale. Tra l’altro sono collegate, almeno per quello che ho capito io sulla base della mia esperienza. Voglio dire che l’arte scaturisce sempre dalla sofferenza, o al limite dall’insofferenza. Quando una persona è felice, vive. Assorbe la bellezza del mondo e se ne nutre. Quando è infelice, o insofferente, e questa condizione diventa insostenibile, se è in grado di farlo e ha abbastanza forza di volontà per arrivare fino in fondo, incomincia a creare un’imitazione della vita, l’opera d’arte, con cui indaga la condizione umana in cerca di risposte. Il creatore professionista di finzioni ha ben presente il confine tra il mondo che crea, che è finto, e il mondo vero. Ed è anche consapevole, entro certi limiti, delle potenziali ripercussioni che la sua opera di finzione potrebbe avere sulla realtà. Invece, se una persona infelice o insofferente non è in grado di creare arte, fabbrica comunque nella sua mente un mondo parallelo – quello a cui accennavo prima – in cui si rifugia, ma che raramente la aiuterà a rimettersi in discussione, perché pensa che quel mondo che ha in testa, in tutto e per tutto artificiale, sia la realtà, e con il tempo tenderà a pensare che questa sua realtà personale corrisponde alla verità. Si convincerà che le cose dovevano andare così; che è così che le cose stanno. Chi nella storia ha detenuto una qualche forma di potere conosce questi meccanismi. Ma è interessante notare che così funzionano anche le relazioni sentimentali, quando sono basate su una forma di potere o di dipendenza. Invece, non tutto ciò che è reale è vero, e ci può essere molta più verità in qualcosa di dichiaratamente non reale, come un’opera di finzione, rispetto a ciò che chiamiamo realtà, che però – in realtà – è solo una nostra percezione. Sostengo quindi che l’infelicità o perlomeno l’insofferenza o una qualche forma di rabbia segreta siano condizioni preliminari per uscire dal proprio circuito abituale. Senza un motore o un incidente scatenante, non sussistono proprio i motivi per mettersi a scrivere un libro o a fare un film. Per questo spesso sentiamo storie di persone che hanno il coraggio di cambiare vita in maniera drastica solo dopo un evento traumatico come una malattia o una grande sofferenza personale. Quando non ci sono motivazioni personali forti – voglio dire quando non è una questione di vita o di morte – raramente ne esce qualcosa di veramente buono. Veniamo ai vantaggi pratici: mediante la creazione artistica si può curare la disperazione, ci si può salvare letteralmente la vita, perché la dimensione del lavoro quotidiano, che è sempre una dimensione artigianale, fatta di fatica, dubbi, scoperte e ferri del mestiere, può dare grandi soddisfazioni. È un tipo di soddisfazione simile a quella del falegname, del giardiniere o dell’atleta. Coltivare se stessi mediante la creazione di una qualche forma di bellezza – anche fisica, come nel caso dei danzatori – che viene donata agli altri, è uno dei regali più grandi che ci si possa fare. Non è la scoperta del secolo e non è nemmeno una novità, perché già Aristotele definiva l’arte come “imitazione della vita”. Noi umani non siamo strutturalmente in grado di percepire la realtà nel suo complesso, ma solo le sue imitazioni, e le imitazioni che ci avvicinano di più alla realtà della vita sono quelle artistiche. Tra mille anni, se esisteremo ancora, nessuno si ricorderà di noi, ma i nomi di Omero, Dante e Shakespeare continueranno ad attraversare i secoli, perché sono quelli che più si sono avvicinati alla natura umana. Quello che per me è interessante analizzare in questa fase è come oggi venga utilizzato lo storytelling – l’arma più micidiale che l’uomo abbia mai inventato – non solo per influenzare, ma per creare nuova realtà. Se si coglie questo passaggio, si potrà ripristinare l’equilibrio che manca nella società di oggi, troppo cinica e tecnocratica, con una bella iniezione di umanesimo contemporaneo. Ci renderebbe tutti meno apatici di quanto non lo siamo oggi. Questa è l’unica cosa importante da tenere presente: essere consapevole che vale la pena di lottare per realizzare i tuoi sogni, senza arrenderti di fronte alla fatica e senza abbatterti di fronte ai fallimenti, ma ridimensionando il tuo ego e capendo che in un mondo che esalta ricchezza e celebrità per venderti più medicine quando sarai depresso e frustrato, la felicità consiste nel riuscire a trascorrere ogni giorno facendo bene il lavoro che ti piace, vivendo in pace una vita normale in un Paese civile, e magari mettendo su famiglia. Se poi non metterai piede su Marte o non diventerai famoso, sopravviverai comunque.

 

Una cosa che non hai ancora fatto ma che prima o poi farai?

Ci sono molte cose nella mia lista della spesa: continuare a esplorare e raccontare l’Italia, fare un lungo viaggio attraverso l’America, attraversare la Russia da Murmansk fino ai vulcani della Kamčatka, visitare l’Armenia e la Georgia dove il vino si fa ancora come seimila anni fa, vedere la Cina che non ho mai visto, tornare in Giappone e restare là il più a lungo possibile, probabilmente da qualche parte nell’Hokkaido o su qualche isoletta del mare interno di Seto. Imparare a ballare, ad un certo punto – il tango forse, o lo swing. Ricominciare a suonare il pianoforte. Avere dei figli. Non l’ho ancora fatto ma dicono che ne valga la pena.

 

Una persona che conosci bene e con una storia assolutamente da non perdere?

La persona che tutti dovrebbero conoscere è Savina Neirotti, l’attuale amministratrice delegata della Scuola Holden. La conosco da vent’anni e non ho mai cambiato idea su di lei. In un Paese di vecchi come il nostro Savina nel 1994, a ventitré anni – l’età media dei nostri studenti della Holden – anziché iscriversi a una scuola di scrittura, fonda la Scuola Holden insieme ad Alessandro Baricco e altri soci. Tutto questo già sposata, con una figlia piccola e un’altra in arrivo di lì a poco. Pochi anni dopo crea il Torino Film Lab, il laboratorio europeo di cinema indipendente che sviluppa e produce, in soli dieci anni, più di cento film di autori provenienti da ogni parte del mondo, che rastrellano tutti i premi più importanti nei maggiori festival internazionali – Cannes, Venezia, Berlino, Locarno. Ho scelto di parlare di Savina non solo perché tengo a lei o perché sia la miglior manager culturale che abbiamo in Italia, ma perché ritengo che sia una delle poche persone veramente eccezionali che ho incontrato nella vita. Insisto sempre su questo aspetto dell’umanità e dell’importanza del punto di vista femminile in una società ancora troppo maschile. Coltivare empatia, simpatia e apertura mentale dovrebbe essere una priorità, perché dobbiamo ammettere che noi Italiani siamo soffocati da anni di abbrutimento, istupidimento e frustrazione che noi stessi abbiamo generato, scegliendoci i leader sbagliati, per ignoranza o nella migliore delle ipotesi distrazione. Una persona come Savina – che tra l’altro non sta sui social perché non ne avverte il bisogno – è un esempio di come possiamo esprimere la nostra parte migliore al servizio degli altri. Ti racconto solo un ultimo elemento, piccolo ma significativo: negli anni ho girato parecchi festival e ovunque mi trovassi, se a un certo punto chiedevo al mio interlocutore, di qualsiasi nazionalità fosse, “per caso conosci Savina?”, dall’altra parte vedevo subito un sorriso allargarsi e poi un’esclamazione: “Savina! Certo, persona fantastica”. Allora, di quante persone possiamo dire di aver sentito parlare solo in termini positivi, senza un’ombra nell’arco di vent’anni, per le quali il solo fatto di citarle in un discorso mette allegria? Non c’è bisogno nemmeno di dire il cognome. Savina è così. Tutti dovrebbero prendere spunto dalla sua energia, dalla sua capacità di aggregare talenti e farli funzionare insieme, dal modo in cui sta coltivando, con i maestri della Scuola Holden, le nuove generazioni che rappresentano il futuro della cultura italiana. In un Paese sano, cioè un Paese che valorizza umanità e progetta futuro a lungo termine, anziché navigare a vista sulla base di convenienze spicciole, alimentando solo paure e divisioni, persone come lei sarebbero primo ministro al posto dell’attuale, anzi, dei due attuali. Ma oggi viviamo in un’epoca malata, in cui scegliamo leader che sono il riflesso diretto dei nostri difetti: opportunismo, vanità, invidia sociale, cinismo, egoismo di massa. Passerà, se lo faremo passare. 

 

19 ottobre 2018

Le interviste