Andrea Bartoli

(Catania 1970) Notaio e consulente in pianificazione strategica, fattibilità e gestione di organizzazioni culturali pubbliche e private. Da anni appassionato di lingue contemporanee con particolare interesse per l'architettura, il design, l'urbanistica, l'arte e la rigenerazione urbana. Insieme a Florinda, compagna di vita e sostenitrice di tutte le sue iniziative, nel 2010 ha fondata a Favara (Agrigento) Farm Cultural Park, un centro culturale di nuova generazione, invitato alla Biennale di Architettura di Venezia e descritto nei maggiori media internazionali tra cui The Guardian e Vogue. È coordinatore regionale di Movimenta in Sicilia.

Qualcosa di particolarmente emozionante a cui stai lavorando adesso?

Questa domanda arriva in un momento speciale della mia vita. Sono alle prese con due sfide emozionanti, apparentemente scollegate ma in realtà strettamente connesse, alle quali dedico ogni attimo della mia vita che non sia destinato alla mia famiglia o al lavoro di notaio. La prima sfida si chiama FAVARA SOCIETÀ PER AZIONI BUONE. Dieci anni fa, insieme a mia moglie Flo e ad una piccola comunità di sognatori, abbiamo immaginato una prima utopia: trasformare il centro storico abbandonato di Favara – in provincia di Agrigento – in una grande attrazione turistica e culturale. Tutti – a partire dai nostri genitori e familiari – ci dicevano che eravamo pazzi, che sarebbe stato impossibile. Nessuno avrebbe scommesso che questo progetto potesse funzionare e soprattutto che un solo turista arrivasse a Favara. Ormai, invece, più di 120 mila visitatori arrivano ogni anno a Favara e vengono a visitare Farm Cultural Park; interi isolati del centro storico sono stati generati e Favara non è più conosciuta come la città della mafia, dei latitanti, dell’abusivismo, ma come la città dei giovani, dell’arte, della sperimentazione. In ambito scientifico, siamo diventati una piccola capitale mondiale della rigenerazione urbana. Eppure, negli ultimi mesi ci siamo resi conto che neppure tutto questo basta. Perché non riusciamo ancora ad avere impatto sulle povertà diffuse, sulle disuguaglianze, sull’ambiente. C’è bisogno di pensare ancora più in grande e c’è bisogno di coinvolgere tutti i cittadini. Se in questi primi otto anni siamo stai in cento a ballare l’Alligalli, adesso dobbiamo diventare mille. Per questo ci siamo chiesti: cosa vogliamo che diventi la nostra città, nei prossimi dieci, venti, trent’anni, e come possiamo fare in modo che i nostri desideri diventino realtà? Favara dovrà diventare sempre di più una delle città un cui si sogna e si progetta il futuro, una città cosmopolita in cui sarà bello vivere, con un’ottima offerta abitativa, accogliente per giovani, studenti, creativi e stranieri e con tanti appuntamenti culturali durante tutto l’anno. Una città divertente e vivace, con una grande vita notturna – che non vuol dire movida ma persone affamate di cultura e luoghi dove ritrovarsi 24h su 24. Abbiamo immaginato che nei prossimi sette anni Favara possa passare da 32 mila a 35 mila abitanti e poi crescere di 5mila nuovi cittadini ogni dieci anni sino ad arrivare a 50 mila cittadini nel 2050. Per fare questo non avremo da costruire nessun edificio nuovo, la città di Favara ha già un patrimonio immobiliare sotto-utilizzato che può ospitare sino a 90 mila persone. Vogliamo concentrarci su politiche abitative diversificate, formazione e creazione di nuovi posti di lavoro, qualità della vita. E lo strumento sarà proprio Favara Società per Azioni Buone, Favara SpAB! Mi immagino che tra 10 anni ogni cittadino di Favara sia proprietario di un pezzo di parcheggio, di housing sociale, di centro culturale, di un asilo nido. Metteremo insieme persone che possiedono immobili strategici per lo sviluppo della città, con altre che possono fare degli investimenti necessari, e altri ancora che hanno le competenze per portare avanti questo processo. Favara sarà, ancora una volta, un laboratorio di sperimentazione e so che se ci riusciremo a Favara, allora questo processo si potrà replicare in qualunque altra città del nostro Paese. Sapete a quanto ammontano i depositi bancari a Favara? Si stima una cifra non inferiore ai 500milioni di euro. Tutto ciò vuol dire che se convincessimo tutte le persone che hanno dei depositi bancari ad investire (non donare) anche solo il 10% di queste somme in Favara Società per Azioni Buone, potremmo spendere 50 milioni di euro per trasformare Favara nella città più bella, innovativa e divertente del Sud Italia. Potremo investire negli spazi pubblici, nell’educazione delle future generazioni, in complessi abitativi efficienti e sostenibili. Potremo investire nella formazione e nell’inserimento al lavoro dei nostri ragazzi evitando che debbano trasferirsi altrove per trovare un posto di lavoro. Potremo investire in luoghi, attività e servizi per le persone anziane, per i diversamente abili e per tutti quelli che sono rimasti indietro. Dobbiamo studiare il modello di business e capire gli incentivi e i ritorni possibili, ma sarebbe una rivoluzione se riuscissimo a fare in modo che le persone investano non solo in titoli di società di cui non conoscono nulla, o in carbone o petrolio, ma anche e anzitutto in progetti di sviluppo della propria città. 

La seconda sfida si chiama MOVIMENTA LA SICILIA. “La politica è sporca, io non mi immischio in questo mondo compromesso. C’è solo da perdere la faccia e da bruciarsi la reputazione”. Sai che ti dico? In ballo, in questo momento storico, c’è molto di più delle nostre reputazioni e della nostra credibilità. Ci stiamo giocando il diritto di essere liberi e di progettare la nostra vita e le nostre città, il diritto di guardare e vivere il futuro con serenità e armonia. Come potremo andare a letto sereni e guardare in faccia i nostri figli, se non avremo fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità per cambiare le cose. In ballo c’è il diritto di ritornare ad essere nuovamente felici. Non come singoli individui ma come intera collettività. Questa è la posta in gioco. Dobbiamo trasformare prima la sostanza e poi la percezione della politica in qualcosa di prezioso, emozionante ed entusiasmante. L’inizio non poteva essere più bello: in meno di una settimana, a inizio settembre, abbiamo messo su un pullman 40 persone meravigliose, abbiamo visitato 9 luoghi speciali fatti da persone speciali che hanno già cambiato pezzi di Sicilia e in ogni tappa abbiamo incontrato altri amici straordinari che ci hanno raccontato le loro città, ci hanno dato spunti di riflessione e contributi di visione per ripensare il futuro della Sicilia. È stato un viaggio politico, collettivo e creativo, ed è stato meravigliosamente emozionante. Siamo consapevoli di avere una montagna da scalare, ma noi siamo già partiti. Queste due sfide sono strettamente connesse. Certe mattine mi alzo e mi dico che è come se Favara fosse, in qualche modo, il primo laboratorio di sperimentazione pratico di alcune politiche di Movimenta.

 

L’esperienza più interessante che hai fatto negli ultimi anni?

Circa un anno è mezzo fa – mi trovavo nel mio studio notarile a Gela – arriva una telefonata del Consolato Americano a Napoli. Ho pensato fosse per una procura. E invece Italo Malfitano, responsabile della comunicazione del Consolato, mi chiamava per farmi i complimenti per Farm, dicendomi che il Console avrebbe avuto piacere di farci visita. Colto alla sprovvista, mi guardai subito intorno per vedere se qualche mio collaboratore stava riprendendo la mia faccia. Non potei non pensare: “questa è mia moglie che mi sta facendo uno scherzo”. Invece, dopo una settimana di mail e telefonate varie, arriva a Favara il Console Americano con una piccola delegazione. Roba a cui ancora non credo. Ne nasce una bella collaborazione grazie alla quale il Console ritorna con Ralph Murphy, un importante masterchef americano. Poi, ad agosto dell’anno scorso, ricevo un’altra telefonata da Italo che mi dice di voler organizzare un altro appuntamento culturale insieme. In quel momento Farm aveva appena subito un attacco insensato dall’amministrazione locale che ci ordinava di demolire e rimuovere dai Sette Cortili delle bellissime installazioni di prestigiosi architetti internazionali. A quel punto io mi sentii in dovere di raccontare ad Italo della situazione che stavamo vivendo e dicendogli che l’ultima cosa che avremmo voluto sarebbe stato creare imbarazzi al Consolato. Mi rispose che erano a conoscenza di tutto e che volevano organizzare quel nuovo appuntamento proprio per mostrare solidarietà e stima nei confronti di Farm. A raccontarlo mi commuovo ancora oggi. Come se tutto questo non bastasse, a gennaio di quest’anno, ospite del Dipartimento di Stato Americano, ho avuto l’onore e il privilegio di visitare Washington DC, Pittsburgh e Detroit, incontrando ogni giorno sindaci, ambasciatori, responsabili dello sviluppo economico, presidenti di importantissime istituzioni pubbliche e private impegnate in progetti culturali e sociali negli Stati Uniti. Un viaggio che per me è stato come un master: un grande acceleratore di conoscenze, e tantissimo carburante per il mio serbatoio di impegno politico, culturale e sociale.Ma tu te lo immagini un Console italiano che va in un paesino sperduto degli Stati Uniti prima a conoscere, e poi ad invitare in Italia il responsabile di un centro culturale indipendente come Farm? 

 

Una lezione che hai imparato e che racconteresti ad una platea di studenti?

Ho la fortuna di incontrare molto spesso studenti e giovani italiani e di tutto il mondo. Anche perché ogni ospitiamo a Farm studenti di università di tutto il mondo. Quando ci chiedono qual è il segreto di Farm, rispondiamo sempre che ci mettiamo con quelli più bravi di noi e paghiamo le spese (come peraltro dice un vecchio detto siciliano). Con quelli più talentuosi, con più competenze, con più esperienze. Anche con Movimenta abbiamo fatto così: ci siamo messi con quelli più bravi di noi. Allo stesso tempo, l’esperienza di Farm ci ha insegnato che quando porti avanti progetti complessi devi metterti anche con quelli meno bravi di te e pagare comunque le spese, non solo da un punto di vista economico. Devi chiedere scusa anche quando non dovresti, non devi offenderti quando ti insultano gratuitamente, devi passarci sopra e dimenticare quando ti fanno un piccolo torto. È un grande e costante lavoro di mediazione. Con gli altri. E prima ancora con te stesso. C’è una storia che racconto spesso ai giovani. Un giorno un mio cliente, vedendo le cartelline portadocumenti del mio studio raffiguranti da una parte la Statua della Libertà con la scritta Benvenuti a Gela, e dall’altra la Torre Eiffel con la scritta Benvenuti a Riesi, mi ha chiesto spiegazioni. Io ho risposto che quella piccola provocazione stava a simboleggiare che si può stare a Gela sentendosi come a New York, o a Riesi come a Parigi, se si sta bene con se stessi, se uno fa quello che gli piace e al contempo fa qualcosa di utile per gli altri; che la felicità è in ogni luogo se siamo capaci di costruirla. Il mio cliente, non proprio soddisfatto, ha commentato: “Ok, Notaio, la felicità è in ogni luogo ma New York è New York e Gela è Gela”. Confesso che sul momento mi ha inchiodato. Ma ci ho pensato su e gli ho risposto. “È vero: New York è New York e Gela è Gela. Ma New York, Parigi, Londra e tutte le altre città del mondo non sono nate come sono oggi. Sono diventate quelle che oggi noi percepiamo come le più belle città del mondo perché persone esattamente come noi due, con due gambe e due braccia e soprattutto una bella testa, le hanno fatte diventare ciò che sono”. E quindi ai giovani consiglio di viaggiare, di essere “affamati e folli”, di provare a fare il maggior numero possibile di esperienze in giro per il mondo, ma di ricordare anche che probabilmente l’occasione di realizzare qualcosa di grande nella loro vita è a un passo dal loro naso, magari nel paesello dove è nato il papà o la mamma e che loro hanno sempre considerato sfigato.

 

Una cosa che non hai ancora fatto ma che prima o poi farai?

Un viaggio lungo, in giro per il mondo. Insieme a Flo, Carla e Viola. Per fare qualcosa di importante per noi e per gli altri.

 

Una persona che conosci bene e con una storia assolutamente da non perdere?

Ci sono incontri che ti cambiano la vita. Persone che con la loro testimonianza spostano i tuoi confini. Nella mia vita, due donne in particolare. La prima si chiama Caterina Seia, ed è una donna bellissima, colta ed elegante. Una fata buona. Il suo impegno silenzioso per chi è in difficolta e per chi è rimasto indietro è una scuola di vita. Un faro.  La seconda è Vittoria Agliata di Villafranca. Una Principessa. Aveva quindici anni quando ha tradotto il Signore degli Anelli. Cultrice non solo della lingua ma anche del diritto islamico, ha lottato a Palermo contro una delle più efferate cosche mafiose per riprendere e poi far resuscitare pezzo dopo pezzo la meravigliosa residenza della sua famiglia, Villa Valguarnera a Bagheria. Le loro storie sono preziose. Occorre meritare di scoprirle, per questo non scrivo di più.

 

12 novembre 2018

Le interviste