Persone da non perdere

(Catania 1970) Notaio e consulente in pianificazione strategica, fattibilità e gestione di organizzazioni culturali pubbliche e private. Da anni appassionato di lingue contemporanee con particolare interesse per l'architettura, il design, l'urbanistica, l'arte e la rigenerazione urbana. Insieme a Florinda, compagna di vita e sostenitrice di tutte le sue iniziative, nel 2010 ha fondata a Favara (Agrigento) Farm Cultural Park, un centro culturale di nuova generazione, invitato alla Biennale di Architettura di Venezia e descritto nei maggiori media internazionali tra cui The Guardian e Vogue. È coordinatore regionale di Movimenta in Sicilia.

Qualcosa di particolarmente emozionante a cui stai lavorando adesso?

Questa domanda arriva in un momento speciale della mia vita. Sono alle prese con due sfide emozionanti, apparentemente scollegate ma in realtà strettamente connesse, alle quali dedico ogni attimo della mia vita che non sia destinato alla mia famiglia o al lavoro di notaio. La prima sfida si chiama FAVARA SOCIETÀ PER AZIONI BUONE. Dieci anni fa, insieme a mia moglie Flo e ad una piccola comunità di sognatori, abbiamo immaginato una prima utopia: trasformare il centro storico abbandonato di Favara – in provincia di Agrigento – in una grande attrazione turistica e culturale. Tutti – a partire dai nostri genitori e familiari – ci dicevano che eravamo pazzi, che sarebbe stato impossibile. Nessuno avrebbe scommesso che questo progetto potesse funzionare e soprattutto che un solo turista arrivasse a Favara. Ormai, invece, più di 120 mila visitatori arrivano ogni anno a Favara e vengono a visitare Farm Cultural Park; interi isolati del centro storico sono stati generati e Favara non è più conosciuta come la città della mafia, dei latitanti, dell’abusivismo, ma come la città dei giovani, dell’arte, della sperimentazione. In ambito scientifico, siamo diventati una piccola capitale mondiale della rigenerazione urbana. Eppure, negli ultimi mesi ci siamo resi conto che neppure tutto questo basta. Perché non riusciamo ancora ad avere impatto sulle povertà diffuse, sulle disuguaglianze, sull’ambiente. C’è bisogno di pensare ancora più in grande e c’è bisogno di coinvolgere tutti i cittadini. Se in questi primi otto anni siamo stai in cento a ballare l’Alligalli, adesso dobbiamo diventare mille. Per questo ci siamo chiesti: cosa vogliamo che diventi la nostra città, nei prossimi dieci, venti, trent’anni, e come possiamo fare in modo che i nostri desideri diventino realtà? Favara dovrà diventare sempre di più una delle città un cui si sogna e si progetta il futuro, una città cosmopolita in cui sarà bello vivere, con un’ottima offerta abitativa, accogliente per giovani, studenti, creativi e stranieri e con tanti appuntamenti culturali durante tutto l’anno. Una città divertente e vivace, con una grande vita notturna – che non vuol dire movida ma persone affamate di cultura e luoghi dove ritrovarsi 24h su 24. Abbiamo immaginato che nei prossimi sette anni Favara possa passare da 32 mila a 35 mila abitanti e poi crescere di 5mila nuovi cittadini ogni dieci anni sino ad arrivare a 50 mila cittadini nel 2050. Per fare questo non avremo da costruire nessun edificio nuovo, la città di Favara ha già un patrimonio immobiliare sotto-utilizzato che può ospitare sino a 90 mila persone. Vogliamo concentrarci su politiche abitative diversificate, formazione e creazione di nuovi posti di lavoro, qualità della vita. E lo strumento sarà proprio Favara Società per Azioni Buone, Favara SpAB! Mi immagino che tra 10 anni ogni cittadino di Favara sia proprietario di un pezzo di parcheggio, di housing sociale, di centro culturale, di un asilo nido. Metteremo insieme persone che possiedono immobili strategici per lo sviluppo della città, con altre che possono fare degli investimenti necessari, e altri ancora che hanno le competenze per portare avanti questo processo. Favara sarà, ancora una volta, un laboratorio di sperimentazione e so che se ci riusciremo a Favara, allora questo processo si potrà replicare in qualunque altra città del nostro Paese. Sapete a quanto ammontano i depositi bancari a Favara? Si stima una cifra non inferiore ai 500milioni di euro. Tutto ciò vuol dire che se convincessimo tutte le persone che hanno dei depositi bancari ad investire (non donare) anche solo il 10% di queste somme in Favara Società per Azioni Buone, potremmo spendere 50 milioni di euro per trasformare Favara nella città più bella, innovativa e divertente del Sud Italia. Potremo investire negli spazi pubblici, nell’educazione delle future generazioni, in complessi abitativi efficienti e sostenibili. Potremo investire nella formazione e nell’inserimento al lavoro dei nostri ragazzi evitando che debbano trasferirsi altrove per trovare un posto di lavoro. Potremo investire in luoghi, attività e servizi per le persone anziane, per i diversamente abili e per tutti quelli che sono rimasti indietro. Dobbiamo studiare il modello di business e capire gli incentivi e i ritorni possibili, ma sarebbe una rivoluzione se riuscissimo a fare in modo che le persone investano non solo in titoli di società di cui non conoscono nulla, o in carbone o petrolio, ma anche e anzitutto in progetti di sviluppo della propria città. 

La seconda sfida si chiama MOVIMENTA LA SICILIA. “La politica è sporca, io non mi immischio in questo mondo compromesso. C’è solo da perdere la faccia e da bruciarsi la reputazione”. Sai che ti dico? In ballo, in questo momento storico, c’è molto di più delle nostre reputazioni e della nostra credibilità. Ci stiamo giocando il diritto di essere liberi e di progettare la nostra vita e le nostre città, il diritto di guardare e vivere il futuro con serenità e armonia. Come potremo andare a letto sereni e guardare in faccia i nostri figli, se non avremo fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità per cambiare le cose. In ballo c’è il diritto di ritornare ad essere nuovamente felici. Non come singoli individui ma come intera collettività. Questa è la posta in gioco. Dobbiamo trasformare prima la sostanza e poi la percezione della politica in qualcosa di prezioso, emozionante ed entusiasmante. L’inizio non poteva essere più bello: in meno di una settimana, a inizio settembre, abbiamo messo su un pullman 40 persone meravigliose, abbiamo visitato 9 luoghi speciali fatti da persone speciali che hanno già cambiato pezzi di Sicilia e in ogni tappa abbiamo incontrato altri amici straordinari che ci hanno raccontato le loro città, ci hanno dato spunti di riflessione e contributi di visione per ripensare il futuro della Sicilia. È stato un viaggio politico, collettivo e creativo, ed è stato meravigliosamente emozionante. Siamo consapevoli di avere una montagna da scalare, ma noi siamo già partiti. Queste due sfide sono strettamente connesse. Certe mattine mi alzo e mi dico che è come se Favara fosse, in qualche modo, il primo laboratorio di sperimentazione pratico di alcune politiche di Movimenta.

 

 (Venezia 1965) Artista relazionale, dopo la laurea magistrale in arte nel 1987 parte con una borsa di studio, un baule e la sua bicicletta per gli Stati Uniti, dove studia un master in Fine Arts alla University of California Santa Barbara. Inizia ad insegnare come fare arte insieme nella società prima all’Art Institute di San Antonio, poi a Carnegie Mellon di Pittsburgh e all’Art Institute di Chicago. Nel 1992 conosce Stefania Mantovani e Valter Tronchin, con cui fonda l’associazione multidisciplinare artway of thinking. Con l’obiettivo di creare bellezza condivisa nel mondo e agevolare i processi di co-creazione sviluppa insieme ad artway la Co-Creation Methodology, applicandola in oltre 60 progetti di sviluppo socio-culturale a livello internazionale e formando migliaia di persone. Gira il mondo alla ricerca di quelle piccole comunità che condividono la saggezza archetipa dello stare insieme e perseguono la relazione armonica tra essere umano e natura.

Qualcosa di particolarmente emozionante a cui stai lavorando adesso?

Vivo tutto come uno perenne avventura. È solo se hai questo atteggiamento che ti capitano le cose più imprevedibili. Un giorno un tizio che avevo visto solo qualche volta mi chiede un appuntamento in un bar davanti alla stazione di Pisa. Vado all’incontro volentieri – nonostante abbia le stampelle per un intervento alla gamba sinistra che ho fatto poco prima – perché lo stimo e so che avrà qualcosa di interessante da raccontarmi. Alto, snello, vestito classico, capelli neri, occhiali. Non è il mio tipo, decisamente. Ma dietro quegli occhiali vedo una scintilla luminosa, ed è quel dettaglio che mi attira. Mi racconta che l’unico modo per cambiare questo Paese è impegnarsi in prima persona, mettendoci la faccia. Mi dice che è il momento di dare voce e spazio alle tante persone che veramente credono che l’Italia abbia delle potenzialità da mettere a sistema e meriti una rinascita. Serve una visione di futuro, un progetto a medio termine su cui costruire le prossime politiche. Mi parla delle straordinarie capacità dei giovani – di tanti giovani che anche lui conosce – della necessità di riformulare la relazione tra formazione e lavoro, poiché i lavori di oggi non saranno quelli di domani. Del mettere al centro le donne perché il loro sguardo è un tassello fondamentale nella gestione del cambiamento. Parliamo di cultura e di imprese culturali come il vero valore aggiunto di questo Paese, che necessita di un piano per dar vita ad un nuovo Rinascimento. Sono parole che si sciolgono nel mio cuore, è la mia coscienza che parla. “Voglio impegnarmi in politica. È l’unica cosa che sento vera in questo momento, ma non trovo partiti capaci di proiettarci verso il futuro. Voglio fondare un movimento, ma non posso fondarlo da solo. Non so tu cosa ne pensi, se ci hai mai pensato ma stiamo creando un primo gruppo da cui partire e mi piacerebbe che ci fossi anche tu fin dall’inizio. Te lo chiedo perché penso alla politica come ad un processo di ascolto e attivazione delle persone che vivono i territori. Penso che dovremmo reinventare nuovi rapporti tra rappresentanza politica e cittadini; e che serva offrire alle comunità strumenti per fare politica nel contemporaneo dove consapevolezza, responsabilizzazione e condivisione vengano messe al centro delle proposte politiche. Le tue competenze ci saranno preziose: per attivare questi processi partecipativi e creativi e per formare gruppi capaci di leggere la complessità e gestire il cambiamento”. Ecco, nella vita ti capitano momenti in cui ciò che stai sentendo è talmente catartico che il cervello smette di pensare e il corpo viene inondato di adrenalina. Sono quei momenti fantastici in cui la vita ti spiazza, ti fa mancare il fiato presentandoti una nuova realtà inesplorata. E tu prendi fiato e decidi di immergerti, come fanno i grandi cetacei. Da un anno e mezzo è questa cosa qui – che abbiamo chiamato Movimenta – la cosa più emozionante a cui sto lavorando.

 

(1978) Ha scelto di tornare a vivere a Terni quando tutti se ne andavano. Convinta che la cultura e l’arte siano i principali strumenti del cambiamento, ha investito gli ultimi sette anni nella gestione del CAOS, centro culturale di 6000 mq nato sulle ceneri della Società Italiana Ricerche Industriali. La sua azione più rivoluzionaria ha quattro anni, e si chiama Pietro.

Qualcosa di particolarmente emozionante a cui stai lavorando adesso?

La costruzione di una città sospesa. A partire da settembre popoleremo Terni di case sugli alberi. Progettate da architetti internazionali, ospiteranno artisti contemporanei alla ricerca di un punto di contaminazione profondo tra produzione artistica, sfera pubblica, e rigenerazione urbana. Si chiamerà “foresta”.

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