Persone da non perdere

(Roma 1972) Ingegnere meccanico, mamma di Alberto, Alessandro e Turchese,  appassionata di sostenibilità, sempre alla ricerca di nuovi modelli di business che rispettino i diritti umani e lo sviluppo sostenibile dei territori. Laureata in Ingegneria Meccanica-Biomedica, dal 1998 al 2003 ha vissuto a Torino, lavorando prima al Centro Ricerche FIAT come esperto analisi strutturale e poi in FIAT Auto come Integration Manager Motopropulsore. Rientrata a Roma dopo la nascita del primo figlio, ha lavorato per tredici anni alla ISED Spa, una storica azienda romana operante dal 1974 nel campo dell’Information Technology. Nel 2006 ha conseguito mentre lavorava un Master in Ingegneria dell’Impresa presso l’Università di Tor Vergata di Roma. Da aprile 2010 a dicembre 2011 è stata Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Roma. Nel 2015/2016 è stata responsabile dell’area Education, Social Responsability e Innovation Lab del Comitato Promotore Roma 2024, che aveva l’obiettivo di portare nella Capitale i Giochi Olimpici e Paralimpici. Da sempre interessata ai temi sociali, ha fondato nel 2013 La Scala di Corda onlus, nata per promuovere progetti e iniziative per combattere ogni forma di violenza e molestie su donne e minori, discriminazioni culturali, di abilità e di genere e nel 2014 l’atelier sartoriale La Scala di Corda srl impresa sociale che offre lavoro alle donne vittime di violenza, dando loro una capacità di riscatto sociale. Attualmente è impegnata a lanciare Be Sustainable, progetto imprenditoriale per accompagnare piccole e medie imprese verso business sostenibili.

Qualcosa di particolarmente emozionante a cui stai lavorando adesso?

Due anni fa ho fatto una scelta complessa, sul piano personale e professionale. Ho lasciato l’azienda di famiglia in cui lavoravo da tredici anni per intraprendere un percorso che mi permettesse, da un lato, di dedicarmi ai temi che maggiormente mi interessavano, e dall’altro mi aiutasse a confrontarmi con me stessa – con le mie aspirazioni e le mie capacità – in modo diretto e senza rete di protezione. Oggi, dopo esattamente ventiquattro mesi di dubbi e speranze, di qualche porta sbattuta in faccia e alcune soddisfazioni, con la determinazione e l’entusiasmo che metto sempre in ciò che faccio, sto lanciando un progetto imprenditoriale che si chiama Be-Sustainable. Una Benefit Company che accompagnerà le organizzazioni, pubbliche e private di piccole e medie dimensioni, verso un nuovo modello di gestione imperniato sullo sviluppo sostenibile. Per diversi anni mi sono interessata di sostenibilità economica e sociale, e di modelli organizzativi innovativi ispirati ad un nuovo capitalismo cosciente, portando questa esperienza in alcune aziende per cui ho lavorato come consulente. A livello globale, e ancora di più nel nostro Paese, abbiamo bisogno di ritrovare un modo nuovo di fare business, ispirato a principi di sostenibilità. L’ONU, con la redazione dell’Agenda 2030, ha invitato tutti – governi ed istituzioni, singoli cittadini e organizzazioni – a fare la propria parte e ho deciso di fare la mia perché possiamo cogliere questa sfida. Sempre di più i fondi internazionali investono in aziende e business sostenibili o hanno portafogli clienti dedicati. Sempre di più i consumatori pongono attenzione a tematiche relative a sostenibilità sociale ed ambientale quando decidono cosa acquistare. Riuscire a portare l’eccellenza del Made In Italy a competere sul terreno dello sviluppo sostenibile creerà nuovi spazi e nuove frontiere su cui puntare per accrescere la propria competitività a livello sia nazionale sia globale. È a tutto questo che mi sto dedicando con grande passione.

 

(Napoli 1972) Dopo gli studi a Siena e 15 anni in grandi aziende in Italia e all’estero, dal 2012 è un’imprenditrice sociale. Nel 2012, a Milano, ha co-fondato Piano C, il primo co-working con area bambini in Italia. L’anno successivo, insieme ad Andrea Vitullo, ha lanciato maam–maternity as a master: una teoria che dimostra come le intense attività di cura allenino competenze trasversali essenziali anche sul lavoro. Per questo progetto è stata nominata fellow di Ashoka, la rete mondiale che seleziona i migliori imprenditori sociali al mondo. È socia ad honorem dell’organizzazione non governativa CESVI e ha due master: Marta, di 9 anni, e Luca, di 6, che la ricaricano ogni sera perché ogni mattina torni a fare impresa.

Qualcosa di particolarmente emozionante a cui stai lavorando adesso?

Si sta chiudendo un ciclo di 5 anni: nel 2012 ho fondato Piano C, il primo coworking in Italia ad avere la possibilità di venire con i propri figli piccoli, e ideato maam–maternity as a master, ed entrambi questi progetti sono a un punto di trasformazione. MAAM è oggi il progetto che seguo a tempo pieno: da meno di due anni vendiamo alle aziende una piattaforma digitale che evidenzia come la maternità sia un’opportunità per migliorare le proprie competenze trasversali, e siamo cresciuti molto. Adesso siamo pronti a fare un “balzo di crescita”: si chiamano così i momenti, nella vita dei neonati, in cui da un giorno all’altro te li ritrovi che sanno fare cose mai fatte prima. È emozionante vedere il team che si consolida e si rafforza, scoprire che sappiamo fare cose, tutti insieme, che convincono aziende enormi e famose a fidarsi di un progetto che solo due anni fa sembrava folle. Ed è emozionante conquistarsi il budget cliente per cliente, con trattative estenuanti, festeggiando ogni piccola conquista. Ma la cosa più emozionante è vedere che il nostro prodotto funziona, e sta immettendo nel mondo del lavoro delle energie nuove attraverso delle risorse che sono sempre state considerate problematiche: le donne in maternità. Sono proprio loro, le donne – e da qualche mese anche gli uomini, che fanno il percorso per i papà – a darmi le emozioni più grandi: con quello che scrivono, che fanno e che ci restituiscono. Il video di MAAM, finito su Facebook grazie ad una di loro, è stato condiviso migliaia di volte e ha avuto un milione di visualizzazioni. Noi siamo solo la cornice: loro sono il quadro.

(Torino 1971) Dieci anni fa è rientrato in Italia per seguire la Saet, azienda fondata dal padre quarant’anni prima e specializzata in trattamenti ad induzione, con un piano di crescita basato su internazionalizzazione e investimenti in innovazione. Attraverso operazioni in India, Cina e Stati Uniti, la Saet è cresciuta negli anni fino all’accordo nel 2014 con la statunitense ParkOhio, quotata al Nasdaq di New York. È stato presidente dei giovani imprenditori di Confindustria di Torino dal 2010 al 2013, ha guidato la Commissione Sviluppo economico locale di «Torino Strategica» che ha prodotto il piano per Torino Metropoli fino al 2025, ed è amministratore delegato di due società partecipate torinesi (TNE ed Environment Park). Da quest’anno insegnerà Corporate Finance all’Università di Torino. Maratoneta, pellegrino, sogna di fare il libraio.

Qualcosa di particolarmente emozionante a cui stai lavorando adesso?

Dopo la vendita di Saet, ho deciso di regalarmi un anno sabbatico per avere tempo di leggere, osservare, pensare. Sono stato molto impegnato con TNE ed EnviPark, ma ho assaporato anche cosa significhi avere ore in apparenza più lente e paradossalmente, proprio per questo, più intense. È stato un anno in cui ho vissuto in diretta il cambiamento della mia Torino. Imparando che siamo sempre tutti in tempo per essere presi in contropiede. Da qualche mese sto anche ragionando su come costruire una nuova azienda altamente tecnologica che possa competere a livello globale. Tutti pensano che ci sia spazio solo per gli inventori del virtuale, di giochi online e app per cellulari. Ma la trasformazione del reale, di quelle macchine che un tempo si facevano in fabbriche dove migliaia di operai avvitavano bulloni, è anche più straordinaria. E più inesplorata – e questo curiosamente, visto che siamo il Paese dell’industria manifatturiera. Ciò che mi emoziona di un progetto così è che sta riuscendo a catalizzare le energie di tante persone molto in gamba che si gettano anima e corpo per dare vita a qualcosa che ancora non esiste e che sei tu, con loro, ad immaginare. Ho inoltre la fortuna di essere circondato da un gruppo di 150 persone a basso tasso di sanità mentale, con cui abbiamo fondato Nexto, e con le quali vogliamo rendere Torino una città delle opportunità. Sfidando ogni «idea riciclata» che gira in città – non importa che venga dalle imprese, dalle fondazioni o dalle istituzioni locali. Prenderla e sfidarla pubblicamente; contraddirla, contestarla, e poi però proporre un’alternativa: è per noi di Nexto una boccata d’ossigeno costante e il modo con cui pensiamo di allontanare il rischio che la città muoia di asfissia.

(1971 Forlì) Da quindici anni è il direttore di AICCON, Centro studi su Economia sociale e Cooperazione – promosso da Università di Bologna e movimento cooperativo – e direttore di The Fund Raising School, prima scuola italiana sulla raccolta fondi. Collabora con start-up come Social Seed e Maam, e con le regioni Emilia Romagna e Toscana. Scrive su blog e su carta stampata (Nòva de IlSole24ore, Vita Non Profit), ha pubblicato articoli e saggi su innovazione sociale, impatto e cooperazione, e ha curato con Flaviano Zandonai le ultime due edizioni del «Rapporto sull’Impresa Sociale in Italia». È convinto che l’innovazione sociale passi dall’ibridazione, e che il valore in futuro sarà sempre meno il frutto di processi verticali (la Pubblica Amministrazione che produce beni pubblici, le imprese che producono beni e servizi, le non profit beni relazionali), quanto l’esito di un’alchimia fra dimensione sociale, economica e istituzionale. Sposato con Maria, papà di Carlotta e Maddalena, si ricarica organizzando grigliate in riviera romagnola e cenando in spiaggia con i piedi infilati nella sabbia.

Qualcosa di particolarmente emozionante a cui stai lavorando adesso?

Sono dentro diversi progetti complessi ma proprio per questo affascinanti. Uno ruota attorno all’open innovation. Si chiama Coop Up In, lo stiamo realizzando con Ireecoop Emilia Romagna, e punta a generare occasioni di contaminazione e scambio tra start-up cooperative e cooperative già affermate: una cosa più articolata che non fare accordi tra due imprese. Perché lo scopo non è (solo) far crescere qualche nuova piantina in vasi da balcone, ma immaginare una nuova foresta. Per farlo stiamo puntando sui “community hub” che sono nati in Emilia Romagna negli ultimi anni sulla spinta dell’innovazione sociale, e che servono per socializzare le risorse e i talenti disponibili. Un secondo progetto riguarda invece la nuova legge sull’impresa sociale a cui sto lavorando come componente di un gruppo tecnico istituito al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. L’imprenditorialità sociale non è solo uno strumento della Pubblica Amministrazione per erogare servizi sociali. Può essere una leva straordinaria per produrre nuovo valore e dilatare il mercato. È questa la scommessa che va vinta , anche puntando sul fatto che i giovani esprimono una domanda d’innovazione che sempre di più contiene forti motivazioni sociali. È per questo che è emozionante partecipare a questo processo ministeriale e che spero si riesca ad arrivare a questa nuova legge: darebbe ali all’innovazione sociale, spesso sacrificata rispetto a quella tecnologica.

(Ancona 1988) Imprenditrice agricola di prima generazione, a 19 anni ha fondato la sua azienda agricola nel cuore della campagna marchigiana. Sette anni dopo è stata eletta Presidente Nazionale di Coldiretti Giovani, la più grande comunità italiana ed europea di giovani imprenditori agricoli tra i 18 e i 30 anni. Innamorata di ogni manifestazione di fascino, adora sporcarsi le mani di terra ed emozionarsi con le storie degli altri.

Qualcosa di particolarmente emozionante a cui stai lavorando adesso?

Il mio impegno quotidiano in Coldiretti. Dove ogni attività mi permette di aiutare a dare dignità e riconoscimento a tanti – da chi decenni fa, instancabilmente, ha sfamato e dato energia ad un Paese debole che usciva da un drammatico conflitto, a chi oggi disegna i nostri paesaggi e costruisce un nuovo modello di crescita, o ancora a chi, magari, domani risolverà i disequilibri internazionali grazie ad una nuova idea di cibo. Mi emoziona vedere come ciò che ci aspetta si possa costruire partendo, letteralmente, dalle radici. Due anni e mezzo fa ho iniziato questo viaggio che mi ha insegnato a guardare il mondo con occhi diversi, a cogliere il valore delle interazioni, a misurare la potenza dei gesti umani. La cosa che più mi emoziona è sentire di appartenere ad una comunità di quasi 2 milioni di persone che hanno fatto le tue stesse scelte di vita e che sanno sempre da che parte voltarsi. È questo il motivo per cui, con loro e per loro, spingo ogni giorno perché le politiche pubbliche siano costruite a partire dal nostro nuovo modello agricolo, che è guidato dalle generazioni più giovani ed è fatto, anzitutto, di cultura.

 (Biella 1970) Ha cominciato a lavorare a metà degli anni ’90 in una delle prime società internet del tempo, e poi per Olivetti. Da allora ha investito, o fondato o lavorato con oltre 50 tra le società digitali italiane più note, tra cui Vitaminic e Banzai, di cui è stato uno dei co-fondatori. Nel 2012 ha contribuito al lavoro della task force del Ministero dello Sviluppo economico che ha redatto il rapporto “Restart, Italia!” e che ha portato alla prima legge italiana sulle start-up. Nel 2013 ha fondato P101, uno dei principali fondi di Venture Capital italiani che, ad oggi, ha investito in 25 tra le più promettenti società italiane della scena internet e digitale. 

Qualcosa di particolarmente emozionante a cui stai lavorando adesso?

Tutto quello che facciamo a P101 è emozionante! Dall’attività di scouting di nuove iniziative, grazie alla quale ogni giorno riceviamo stimoli e nuove idee imprenditoriali da talenti italiani e non, fino a quando diventiamo soci e – in qualche modo – un po’ imprenditori anche noi. Non puoi non emozionarti ogni giorno quando sei contaminato quotidianamente da idee e persone sempre nuove, da energie in abbondanza che cercano nel mondo del venture capital un elemento di accelerazione per crescere non solo sogni, ma anche aziende, magari ancora piccole oggi ma che possono essere quelle del futuro prossimo, italiano e non.
In queste settimane, forse la cosa più coinvolgente su cui stiamo lavorando riguarda lo sviluppo internazionale della nostra attività a partire da Berlino: confrontarsi su un mercato molto più competitivo del nostro (in termini di investimenti tecnologici) è una grossa sfida.

(Torino 1976) Ha respirato l’aria dell’impresa sin da bambino. Quando l’azienda di famiglia è stata venduta, ha deciso di ricominciare da capo, e in un settore diverso. È partito nel 2000 fondando Webworking ed oggi è vice presidente di Digital Magics. Una decina di anni fa si è avvicinato – quasi per caso – a Confindustria. Con il tempo ha scoperto che era piena di storie, non solo di imprese, di altri giovani imprenditori pronti a mettersi in gioco. Oggi è al suo ultimo anno di mandato come loro presidente, e in questa veste è anche vice presidente di Confindustria. Sposato con Natasha, ha 3 figli – il maggiore di 19 anni e due gemelli di 12.

Qualcosa di particolarmente emozionante a cui stai lavorando adesso?

Sono curioso di natura e sono sempre andato a caccia di nuovi stimoli. Ed è anzitutto per questa ragione che sono finito a lavorare per incubare 100 start-up innovative, con l’obiettivo di aiutarle a crescere in Italia e ad andare nel mondo. Per quello che riguarda il mio impegno associativo, voglio provare – in quest’ultimo anno di mio mandato in Confindustria – a far diventare la nostra associazione sempre più una “comunità del cambiamento”.

(Chieti 1980) È appassionato di tecnologia, finanza, e geopolitica. Ha un background professionale nel settore del venture capital ed è da poco diventato il Managing Director di Endeavor Italia. Ha conseguito un Master ad Harvard, specializzandosi in policy-making e finanza internazionale, e un Ph.D. alla Bocconi. Ha esplorato il futuro con la Singularity University dentro una base della NASA. Curioso di professione, è sempre alla ricerca di idee non-convenzionali e menti creative.

Qualcosa di particolarmente emozionante a cui stai lavorando adesso?

Mi sto impegnando in un progetto pieno di sfide: il lancio di Endeavor in Italia. Si tratta di un’organizzazione che aiuta le imprese ad elevato tasso di crescita ad accedere a capitali, talento e mercati su scala internazionale. Endeavor ha il suo quartier generale a New York ed è presente in 27 paesi. Ogni ufficio seleziona e sostiene una rete di imprese al fine di far crescere gli ecosistemi dell’innovazione in diverse aree del mondo. In Italia siamo partiti da poco, e in queste settimane stiamo selezionando aziende da far entrare nella rete globale di Endeavor per poi assisterle nei processi di espansione e fundraising.

Le interviste