Il mio TEDx su La Buona Scuola

Come disegnare una riforma da 3 miliardi. Perché è con l'istruzione che facciamo crescere il Paese

Il mio primo giorno di scuola

Oggi è il 26 febbraio 2014, mercoledì. Il Governo ha giurato quattro giorni fa e ieri ha ottenuto la fiducia delle Camere. Stamattina Matteo Renzi è montato su un aereo ed è venuto qui, a Roncade, in visita ad H-Farm. Riccardo Donadon lo accompagna in giro, c’è anche il nuovo Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini.

Io sto a Roma, su un divano, ancora in pigiama. È quasi ora di pranzo, sono un po’ pigro, sto leggendo distrattamente. Il cellulare è sul tavolo a due metri da me. Primo sms. Secondo sms. Non ho voglia di alzarmi. Nel giro di due minuti me ne arrivano una dozzina. Deve essere successo qualcosa. Mi alzo, leggo: Stefania Giannini ha appena tweettato. Ha deciso di nominarmi suo capo di gabinetto. Non ha idea di cosa abbia appena combinato. Il problema è che non ce l’ho nemmeno io.

Ventiquattr’ore dopo arrivo al Ministero per il mio primo giorno di scuola. Non faccio neppure in tempo ad accendere il computer che sono già sommerso di carte da visionare e da firmare. Di carte rimandate negli anni, di capo di gabinetto in capo di gabinetto. Di cose che “si sono sempre fatte così”.

Cosa trovo?

Anzitutto, trovo la più grande burocrazia italiana. Dicono che il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca sia il primo datore di lavoro in Europa. Abbiamo 1 milione 46 mila 566 dipendenti.

Soprattutto trovo la più lunga e sofisticata cinghia di trasmissione del Paese: quasi 8 milioni di studenti che ogni giorno rispondono a 750 mila docenti, che rispondono a oltre 8 mila presidi, che rispondono a 93 capi degli uffici scolastici provinciali, che rispondono a 18 capi degli uffici scolastici regionali, che rispondono a 2 capi dipartimento a cui il capo di gabinetto del Ministero rivolge parecchie domande ogni giorno, sperando che rispondano.

Ma non sono questi i numeri che mi spaventano. Mi spaventa che da troppi anni, ormai, ci siamo abituati a fare solo leggi ambigue e incerte; emendamenti su emendamenti, che col tempo hanno prodotto solo stratificazioni normative simili ad ere geologiche; e deroghe e proroghe in continuazione, al punto che non riusciamo più a distinguere le regole dalle eccezioni.

tutto questo produce “la burocrazia”. Perché i funzionari pubblici non riescono a interpretare le leggi, a sciogliere i nodi che il legislatore non ha voluto sciogliere. Non si prendono la responsabilità. E anche quando le interpretano, state certi che c’è già chi è pronto a fare ricorso al TAR per sostenere che in realtà c’era anche un’altra interpretazione possibile. E tutto che rallenta, e niente che funziona.

La seconda cosa che trovo è un crollo verticale, negli ultimi cinque anni, delle risorse destinate all’istruzione. Tra il 2008 e il 2013 abbiamo perso il 10% delle risorse dedicate alla scuola. Lo Stato ha disinvestito oltre 4 miliardi di euro. Siamo passati da 45,5 miliardi del 2008 a 41,2 miliardi del 2013.

Ora, quando finisci in un posto così, quando ci finisci dopo un decennio così, hai due sole alternative. La prima è accettare, lucidamente, che non c’è niente da fare. È dire: scusate, ho sbagliato ingresso. È cambiare mestiere. La seconda è decidere follemente che – per chi vuole sperimentare fin dove può arrivare l’innovazione – non c’è un luogo più affascinante, oggi, di una burocrazia.

La vera intuizione è stata capire che dovevamo mettere insieme queste due cose: la necessità di dotarci di un modo nuovo di fare leggi – che non poteva più essere l’ennesima manutenzione di un qualche comma di un qualche articolo di una qualche legge che era già stata smontata a più riprese da un qualche TAR – con la volontà di invertire il trend e realizzare un massiccio investimento nella scuola.

Come?

Siamo partiti dalle persone. Abbiamo approfittato di una riorganizzazione amministrativa già avviata per promuovere alcuni dirigenti molto in gamba a posti di direttore generale del Ministero. Età media: meno di 40 anni. E abbiamo messo al timone un team ancora più giovane, che aveva una extra-dose di energia, capace di sviluppare letteralmente di notte, dopo aver passato la giornata a correre dietro alle emergenze, un «pensiero lungo».

Attenzione: questo pensiero lungo lo abbiamo usato non per decidere nel chiuso di una stanza questo o quel contenuto, ma per dotarci di un metodo che potesse portarci a distillare rapidamente tutti i migliori contenuti possibili.

Abbiamo messo a ragionare insieme le persone con maggiore esperienza del Ministero e altre persone molto capaci e competenti, ma non necessariamente i massimi esperti di scuola. Da un lato la memoria storica e settoriale, dall’altro la conoscenza diffusa del mondo di oggi. E in tre mesi abbiamo prodotto un rapporto di 140 pagine intitolato «La Buona Scuola». Sottotitolo: «Facciamo crescere il Paese».

A quel punto lo abbiamo reso pubblico e abbiamo chiesto al Paese che cosa ne pensasse. Lo abbiamo chiesto a tutti, non solo gli addetti ai lavori. Volevamo meno filtri possibili: quindi non solo istituzioni, associazioni, sindacati; ma anche un dialogo che fosse il più possibile immediato con i cittadini: docenti, presidi, studenti, famiglie.

Abbiamo organizzato una consultazione online e un giro d’Italia, e il riscontro è stato strabiliante. Abbiamo avuto oltre 200 mila partecipanti online e altrettanti offline in più di 2 mila dibattiti. In due mesi di campagna è diventata la più vasta e partecipata consultazione pubblica mai fatta da un Governo in Europa.

Abbiamo raccolto ciò che era arrivato, lo abbiamo studiato approfonditamente, e di cosa ci siamo accorti? Abbiamo visto che di buona scuola ce n’era già tanta in giro per l’Italia. E questo ci ha fatto capire una cosa importante: che non potevamo limitarci ad applaudire o a raccontare le “buone prassi”, come se fossimo spettatori. Perché noi siamo lo Stato. E come Stato avevamo la responsabilità di trasformare le tante, piccole, strepitose eccezionilocali in una nuova regola nazionale.

Abbiamo scritto un Disegno di Legge e chiesto al Parlamento di fare in fretta perché a settembre sarebbe cominciato il nuovo anno scolastico. A metà luglio 2015 La Buona Scuola è diventata legge dello Stato.

Valore: 3 miliardi di euro.

Cosa c'è dentro?

1. 83 mila assunzioni di docenti solamente per quest’anno scolastico. Abbiamo deciso di rafforzare la scuola italiana dandole anzitutto molti dei docenti di cui aveva bisogno. Per tanti anni, invece di assumere, abbiamo fatto decine di migliaia di supplenze dal primo all’ultimo giorno di scuola generando liste chilometriche di precari e facendo danni alla continuità didattica degli studenti. Il Ministero si era storicamente rassegnato ad assumere male e in ritardo, ogni anno, poco più di 20 mila docenti. Ne abbiamo assunti più del triplo, nei tempi contingentati che ci eravamo dati, e con una complessa procedura nazionale mai fatta prima che ha dovuto riconciliare aspettative decennali, diritto amministrativo, e alta matematica.

2. E poi, facciamo la cosa più strepitosa che si possa fare in un Paese come l’Italia: torniamo alla normalità. Negli ultimi 25 anni abbiamo fatto solo 3 concorsi per docenti della scuola: nel 1990, nel 1999 e nel 2012. Adesso stiamo per bandire quello che sarà probabilmente il più grande concorso pubblico fatto in Europa negli ultimi dieci anni: 63 mila posti, per reclutare i docenti che andranno in classe nel triennio 2016–2019. Questo è probabilmente il caso più eclatante di legislazione che procede per proroghe e deroghe. Ed è tempo di tornare a fare ciò che invece dice la Costituzione: nel pubblico impiego si entra per concorso.

3. Non ci interessa solo la quantità dei docenti disponibili, ma anche la qualità della formazione e quindi delle conoscenze che riescono a trasferire ai ragazzi. Abbiamo deciso di investire 40 milioni di euro all’anno per la formazione dei docenti. Sono tanti? Sono pochi? Vi do un dato: fino a poco tempo fa se ne spendevano 4, di milioni. Abbiamo aggiunto uno zero. Non abbiamo deciso di incrementare le risorse, abbiamo deciso di cambiare ordine di grandezza. Perché non abbiamo più tempo per fare cose piccole. Più formazione è importante perché anche nella scuola, come dappertutto, ci sono i fuoriclasse, che corrono da soli. Ma lo Stato ha il dovere di offrire a tutti un’opportunità di miglioramento personale. Perché ogni docente non deve sentire la pressione di chissà quale competizione col docente della classe accanto, ma lo stimolo al miglioramento personale rispetto al docente che lui stesso è stato fino ad un anno, un mese o un giorno prima. Abbiamo dato ad ogni docente 500 euro l’anno da investire in autoformazione, per acquistare libri, andare a teatro, partecipare ad un corso di aggiornamento. Ci hanno detto “chissà come li spenderanno?”. Potrei rispondere che sono previsti rendicontazione e monitoraggio, ma la risposta non è questa. La risposta vera è che lo Stato torna a fidarsi dei suoi cittadini.

4. La fiducia è alla base di un’altra scelta, quella dell’autonomia. Per tutto ciò che ho detto prima sul meccanismo di funzionamento della cinghia di trasmissione, non si tratta di un esercizio banale. Abbiamo costruito un sistema nazionale di valutazione. La Buona Scuola ruota attorno alla parola “autonomia”. Ma più valutazione vuol dire anche responsabilità. Dello stato di salute delle scuole, di come le dirigono i presidi, progressivamente di come insegnano i docenti. Lo scopo non è fare graduatorie e vedere chi è più bravo. Ma dare ad ogni scuola la fotografia dei propri punti di forza e debolezza, e costruire un sistema di incentivi per cui ogni scuola sia incoraggiata a fare meglio di quanto ha fatto in passato. Ogni scuola competerà con se stessa, col proprio punto di partenza. La valutazione misurerà questo miglioramento.

5. Abbiamo inoltre messo 100 milioni di euro all’anno sull’alternanza scuola-lavoro, e l’abbiamo resa obbligatoria per tutti. Perché è importante che i ragazzi imparino a “saper fare”. 400 ore da effettuare negli ultimi tre anni degli istituti tecnici e professionali e 200 ore nei licei. Anche qui le risorse sono state aumentate di un ordine di grandezza: siamo passati da 11 a 100 milioni l’anno. Ci hanno chiesto “ma serviva farla obbligatoria?”. Ci abbiamo pensato, e alla fine ci siamo detti: “esistono cose davvero importanti che siano facoltative?”.

6. Infine, abbiamo varato un imponente Piano Nazionale Scuola Digitale. Non la lista dei device che servono in classe, ma le competenze di cui c’è bisogno per giocarsela nel mondo là fuori. Lo scopo non è portare il digitale a scuola, ma la scuola nell’era digitale, che è un esercizio più complesso. Cominceremo a pagare alle scuole il canone per connettersi alla rete, perché nel 2015 internet è indispensabile quanto la luce o la carta igienica. Manderemo 1.000 docenti e presidi a fare un’esperienza di alta formazione digitale all’estero. Porteremo progressivamente il coding in tutte le scuole elementari d’Italia. Svilupperemo un curricolo per l’imprenditorialità, organizzeremo hackathon, costruiremo aule aumentate e laboratori territoriali. Immaginate 35 misure così, che da oggi al 2020 fanno un miliardo di euro. 

 

Foto di @TEDxRoncadeFoto di @TEDxRoncade

In questi mesi non tutto è andato bene, o ha funzionato come avevamo immaginato.

Ogni volta che abbiamo fatto delle scelte, qualcuno ha protestato perché non era stato accontentato.

Abbiamo fatto degli errori.

Però abbiamo imparato una cosa fondamentale: che per avere un investimento di 3 miliardi a favore di un Ministero non basta un po’ di buona tecnica, ma serve soprattutto molta democrazia.

Abbiamo imparato che un investimento di 3 miliardi non lo ottieni con un blitz dell’ultima ora in Consiglio dei Ministri, ma costruendo una narrativa di cambiamento che per mesi racconti al Paese. Lo ottieni se smetti di pensare a «fare una legge» e cominci a pensare a «disegnare una policy». Se accetti di esporti, di correre un rischio. E nella pubblica amministrazione è raro che qualcuno accetti di correre un rischio. Lo ottieni grazie ad una proposta ambiziosa, che sottoponi ad una amplissima consultazione – popolare e tecnologicamente sofisticata – che ti aiuta a mobilitare risorse e ad aggiustare il tiro sui contenuti.

Negli ultimi vent’anni, chi ha fatto le leggi ha sempre considerato che per poter mantenere il controllo le informazioni andassero tenute segrete. Adesso stiamo imparando a scommettere su esattamente il contrario: con La Buona Scuola abbiamo condiviso tutto, e nel dettaglio; abbiamo confessato candidamente ogni nostra intenzione, sapendo che qualcuno si sarebbe divertito ad estrarre una singola frase di tre righe da un rapporto di 140 pagine per organizzarci sopra uno sciopero generale. E abbiamo deciso, volontariamente, di perdere il controllo sul processo: abbiamo disegnato il processo di costruzione della policy in modo che neppure noi potessimo fermare il treno, perché se non potevamo fermarlo noi, nessun altro avrebbe potuto obbligarci a farlo.

Esattamente vent’anni fa, di questi giorni, stavo sempre su un divano, sempre in pigiama. Mi stavo chiedendo che cosa avrei potuto «fare da grande». Mi facevo la domanda che ad un certo punto si fanno tutti: «mi iscrivo all’università che mi piace, o all’università che mi dà un lavoro?».

Alla fine ho fatto l’università che è capitata, ma con gli anni una cosa l’ho capita: che non c’è l’università che ti dà automaticamente un lavoro; che i lavori più interessanti, quando ti iscrivi all’università, sono quelli che ancora non esistono.

Così oggi non ho dubbi. Rispondo subito a tutti i ragazzi che mi chiedono consiglio: «fate l’università che vi piace». Ma lo vedo che loro continuano a guardarmi perplessi, e allora lo capisco che hanno in testa un’altra domanda, più difficile: «ma tu, a 17 o 18 anni, lo sai cosa ti piace?»

Ecco, La Buona Scuola è il tentativo pubblico e collettivo di rispondere a questa domanda assolutamente personale e intima. È il modo con cui abbiamo deciso di aiutare ogni ragazzo a misurare il mondo, e – prima del mondo – a misurare se stesso. Non alzandosi dal divano per finire davanti allo specchio. Ma alzandosi dal divano per fare tante esperienze diverse, fino a capire che talento ha, cosa lo smuove, per cosa è disposto a fare sacrifici, a cosa non è disposto a rinunciare.

Fino a capire non cosa vuole fare, ma chi può essere.